Torniamo all’inizio, e fanculo il resto. – Della felicità e dello scrivere

[Quello che segue è un post personale, quindi se non vi va di leggerlo (cosa comprensibilissima) vi invito a leggere i post precedenti ed attendere il prossimo post che invece rientrerà “in carreggiata”. ^^]

 

Come avrete notato, per un po’ ho abbandonato questo blog. In parte per una reale mancanza di tempo (quando ho iniziato a scriverlo ero laureanda prima e disoccupata poi, ora invece ho un lavoro **), in parte per altri motivi.

Ultimamente ho vissuto una specie di “crisi artistica” (non esistenziale, la mia vita è troppo noiosa ed agiata per averne una). Questa crisi è coincisa con la scadenza del termine di attesa per una risposta positiva da parte delle case editrici a cui avevo mandato Luci e Virtual Star, i miei due romanzi completi in cerca di editore, entrambi rifiutati da tutte le case editrici a cui li avevo mandati.

In tale occasione, ho riflettuto su qualcosa.
Non credo che, nella mia vita, qualcos’altro mi abbia causato tanta frustrazione, tanto rancore, tanto risentimento e tante delusioni come scrivere. Ancora ed ancora, da quanto ero alle scuole medie e ho capito che era la cosa a cui tenevo di più in assoluto, è stata anche la cosa che mi ha causato più dolore in assoluto.  Facendo un bilancio in occasione di questa “data di scadenza”, ho realizzato che dentro di me c’erano solo delusione per i rifiuti ricevuti, invidia nei confronti dei miei amici che invece avevano successo, frustrazione per non riuscire a convincere nessun editore a pubblicarmi, dubbi sulla mia abilità di scrivere.

Così mi sono ritrovata a chiedermi se davvero ne valesse la pena. Se davvero tutto questo lavoro servisse a qualcosa o non fosse tempo buttato metaforicamente nel cesso. Se davvero non avesse ragione Mark Twain quando dice che se, dopo tre anni, non trovi nessuno che ti paghi per scrivere, allora è meglio che tu vada a tagliare legna nei boschi. Ci ho riflettuto un bel po’ mentre cercavo di capire cosa scrivere dopo la seconda revisione di Virtual Star. Ho pensato se non fosse il caso di buttare via quella cartella che ho nel computer ed andare a fare tutt’altro, tipo iscrivermi in palestra o prendere lezioni di canto, per fallire in qualcosa in cui fallire non mi faccia tanto male.

Poi però ho realizzato una cosa. Ho avuto un’epifania, come quella che trovate nei libri (proprio qualche giorno fa leggevo un manuale di scrittura che urlava “QUESTE COSE NELLA VITA REALE NON SUCCEDONO, EVITATE DI SCRIVERLE”).

Il processo post-scrittura mi ha sempre creato frustrazioni e dolore. Il far leggere il tuo scritto e ricevere opinioni negative, il vedersi rifiutare ancora ed ancora la pubblicazione, la sensazione di inutilità e di inadeguatezza.
Ma il momento delle scrittura è sempre stato il momento più felice della mia vita.
Quando June sorrideva ad Airon pur correndo incontro ad una fine che conoscevo, io ero felice.
Quando una delle protagoniste senza nome di Luci si affacciava alla finestra e decideva che strada far prendere alla sua vita, io ero felice.
Quando una star virtuale ha cantato le parole della mia canzone su un palco virtuale, io ero felice.
E non sono mai, mai stata più felice di così.

Così ho parlato con me stessa, l’unica persona con cui dovrò sempre fare i conti.
“Basta. Torniamo all’inizio. Torniamo a quando scrivere era solo divertente.
Torniamo a quella felicità, e restiamo lì.
Per sempre.”

Una delle mie canzoni preferite, di un gruppo giapponese, dice:

Tu piangi completamente solo ma se riesci semplicemente a sorridere
Allora non importa se tutto il mondo è tuo nemico
Le nostre emozioni indescrivibili ed effimere svaniscono nel vento
Ma mai ci arrenderemo o ci addormenteremo o troveremo scuse per non volare.

Ora, volare è faticoso. Richiede allenamento, costanza, impegno, fisico ed attenzione psicologica.
E lo stesso vale per lo scrivere.
Credo di aver aspettato per molto tempo che qualcuno credesse in me. Che qualcuno, incondizionatamente, venisse da me e credesse nel mio lavoro, nel mio talento. Che qualcuno credesse talmente tanto in me da voler investire qualcosa in me, in termini di soldi e tempo. Perché è quello che succede in Finding Forrester. Perché è quello che succede a chi pubblica. Perché è quello che succede ai miei amici che ce la fanno.

Ora so che a me probabilmente non succederà mai; la cosa mi fa male ma pazienza, va bene così.
Ho mandato Virtual Star a qualche casa editrice, ma ormai ci credo poco e francamente non importa. I miei beta l’hanno letto e tutto sommato è piaciuto (ed ho trovato un beta reader fantastico, grazie Francesco), ho già trovato qualcuno che sarebbe disposto a farmi la copertina (grazie Clara) e un mio amico sta scrivendo una canzone ispirata alla protagonista (grazie Emanuele), quindi se dovessi scegliere l’auto-pubblicazione sarei già sulla buona strada.
Se lo auto-pubblicherò sarà solo perché voglio che le persone leggano le mie storie. I soldi sono una questione collaterale, che mi serve per sopravvivere nella società di oggi, ma quello che vorrei di più in assoluto è poter passare la mia vita a raccontare storie.
Perché? Non lo so. Ma so che quando racconto storie sono felice, come non sono felice in nessun altro momento. Sono in un luogo in cui nulla di brutto può toccarmi.

Un giorno, quando i soldi finiranno, questo sito scomparirà, i miei libri rimarranno invenduti su Amazon Kindle, ma io scriverò ancora.
E se finiranno la carta e la penna, scriverò nella mia testa.
E se nessuno dovesse ascoltare mai, fino al mio ultimissimo respiro continuerò a sperare di incontrare qualcuno che voglia ascoltare le mie storie.
Se la mia carriera da scrittrice dovesse fallire come probabilmente sarà, mi dispiacerà, e soprattutto per il tempo che dovrò passare a lavorare a tutt’altro invece di scrivere.
Se le persone non dovessero leggere quello che scrivo, mi spezzerà il cuore e sarà il fallimento della mia vita.
Se le persone dovessero leggermi e dire che le mie storie fanno schifo, anche questo mi spezzerà il cuore.
Ma tutto ciò non può essere una scusa per non volare.

Un’altra canzone che amo, sempre di una cantante giapponese, dice:

Il brutto anatroccolo non appartiene a nessuno
sogna ed attraversa il cielo, apre le ali
inseguendo le nuvole che cambiano, continua pure a visualizzare il tuo sogno, liberamente.

Viviamo in una società interconnessa, e soprattutto per un’artista l’approvazione degli altri è molto importante, per le mille ragioni che già ho illustrato.
Ma alla fine, ciò che rimane siamo noi con noi.
Si vola da soli, ed il nostro cuore non appartiene a nessun altro.
E il mio cuore se ne frega di leggi di mercato, di self-marketing, del non essere uno scrittore “vero” se non pubblicato da una casa editrice, della classifica di vendita su Kindle.
Il mio cuore racconta storie tutto il tempo, e quando lo fa è felice.
E questo è tutto ciò che importa davvero.  

Non mi piace parlare di me stessa (motivo per cui non scrivo nemmeno di me stessa) ed ho pensato di mantenere questo post privato, così come faccio con tanti altri post. Scriverlo solo per me, in modo da poterlo leggere in futuro e ricordare.
Ma poi mi sono detta che renderlo pubblico mi avrebbe obbligato a ricordarlo sempre, e non solo quando sono di umore nostalgico e vado a rivedere il mio “diario segreto” online. Una cosa nascosta puoi fare finta che non esista, nasconderla ancora di più e dimenticarla. Con una cosa pubblica è più difficile.
Che poi, tanto, non la leggerà nessuno o quasi nessuno, perché essendo una cosa personale a nessuno interessa (giustamente).
Ma interessa a me, e questo conta.

Quindi, in conclusione:
torniamo all’inizio.
Torniamo a quell’emozione, e fanculo il resto.

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